Patrizia Riviera

Nasce a Milano nel 1956 e dal maggio del 2000 vive a Bergamo.
Principalmente una fotografa fine art, con influenze espressioniste e pittorialiste.
Fotografa per descrivere il lato emotivo della realtà, più che quello oggettivo, e usa la
fotografia per raccontare una storia personale, intima. Negli ultimi anni le sue
immagini hanno come soggetto la Terra, che fotografa con un senso di nostalgia e di
perdita, di rispetto e stupore.
I suoi progetti personali sono stati: Unsure Feeling, che ha vinto due primi premi e la
pubblicazione di un libro monografico, ed è stato esposto nelle principali città
italiane e a New York, Seattle, San Francisco, in Belgio e in Slovakia.
Close-Ups, Premio Europeo Donne Fotografe di Prato, mostre personali a Roma,
Trento e Marghera. In collezione alla Bibliothéque Nationale de France a Parigi
I give up: l’ultimo viaggio. Il sogno, 2° premio al Premio internazionale Rovereto,
Esposto a Bergamo.
Eden, esposto nella galleria “El Bagnin de Gorla” con bando di selezione Altri Mondi
2018 a cura di Paola Riccardi; e nel 2020 Galleria Giacomq, Accademia di Belle Arti
G.Carrara a Bergamo.
Ha anche affrontato tematiche di reportage sociale, destinate alla pubblicazione
editoriale, come “Liberamente in Patagonia”, mostra e libro a cura di Roberto Mutti
sul viaggio in Patagonia di alcuni malati di mente seguiti dalla Fondazione Emilia
Bosis. “Naturalmente” e “i Viaggi della Mente” libro e mostra sui viaggi dei malati
psichiatrici con carovane di carrozze e cavalli nelle pianure lombarde.
“Captivi” mostra collettiva a cura di Gigliola Foschi sulle problematiche giovanili.
“L’Inferno degli angeli” libro sulla pedofilia a cura di Massimiliano Frassi con
fotografie dei bambini di strada Rumeni.
“Teatro Stalla, animali, uomini, dei”, libro su un teatro di ricerca dove recitano
insieme attori professionisti, malati psichici e animali.
Dal 2003 conduce laboratori espressivi, educativi e terapeutici di fotografia.


La quarantena di mia madre

Il 24 Febbraio 2020 il Centro Diurno Integrato che frequentava mia madre di 87 anni, è stato chiuso per l’emergenza Covid19.  Mia madre ha la demenza vascolare, quella che più comunemente si chiama demenza senile, quel lento e progressivo declino della funzione mentale. Perdita di memoria, disorientamento spazio-temporale, delirio, disturbi del comportamento, perdita di inibizioni, difficoltà di linguaggio (afasia), disturbi dell’umore, apatia, confusione, riduzione delle capacità cognitive, difficoltà nel camminare e nello stare in equilibrio, progressiva e inesorabile perdita di autonomia. Insomma non può stare da sola. E adesso? Come facevamo ad occuparci di lei? Io abito a Bergamo, mia sorella abita a Orzinuovi, la provincia Bresciana più colpita dal Covid19, mia madre abita a Castelleone a 15 Km da Codogno. Eravamo in territori endemici, dove sarebbe stato meglio restare a casa. Per me prima di tutto c’era il viaggio: un’ora di andata e un’ora di ritorno, nelle strade della bassa pianura padana. Strade via via sempre più deserte, a volte in maniera inquietante. Mia madre in questi due mesi di isolamento ha perso sempre più autonomia. In pratica non fa nulla, assolutamente nulla e io sono diventata una caregiver. Cerco di tenerla attiva il più possibile, ma appena la lascio stare, torna nel vuoto, l’inespressivo vuoto. Mi sono chiesta: dove vanno con la mente gli anziani, se del passato non si ricordano e la memoria del presente non dura più di cinque minuti? Forse semplicemente non pensano, vivono il presente così com’è. Prova ancora piacere quando mangia, soprattutto il dolce, che negli anziani è il gusto che dura più a lungo, e anche quando dorme. Alle 7 di sera vuole andare a letto e vi resta quasi sempre fino alle 8 di mattina. La saluto prima di spegnerle la luce con “ti voglio bene mamma” e lei mi risponde sollevando il petto “Anch’io”, e sembra che la risposta le arrivi dal profondo, poi aggiunge: “io vivo solo per voi”.  Ed è vero.


Eden

Nella natura cerco quell’energia antica all’origine del mondo
La parola Eden evoca l’immagine del paradiso terrestre, luogo di armonia, di
felicità, di bellezza. E’ il luogo all’origine dell’umanità dove non c’era la sofferenza, la malattia, la fatica di guadagnarsi il cibo.

Quel luogo perfetto in cui l’uomo viveva immerso nella natura.
In questa parola, nella sua potenza, è contenuta il senso di colpa per averlo
perso e l’illusione che esista un luogo dove ritornare, dove trovare rifugio.
Il luogo della felicità perduta.
Questo paradiso che si chiama Terra, tra cinquant’anni potrebbe essere il nostro nuovo rimpianto, il deserto nel quale saremo confinati, e non per disobbedienza o desiderio di conoscenza, ma per avidità, stupidità e arroganza.

Eden è stato realizzato con una macchina artigianale in legno a foto stenopeico, con chassis 545 Polaroid e film color Polaroid 79.


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