Patrizia Bonanzinga

Matematica e fotografa, ricercatrice nel settore delle telecomunicazioni fino al 1995, quando ha deciso di dedicarsi solo alla fotografia. Ha vissuto in Messico, Algeria, USA, Francia, Cina e Belgio. Ha lavorato come giornalista per riviste specializzate in fotografia e tenuto corsi in ambito universitario. Ha esposto in: Italia, USA, Russia, Polonia, Guatemala, Spagna, Francia, Cina, Mozambico, Belgio e Portogallo. Le sue fotografie
sono incluse nelle collezioni della Galleria Nazionale di Roma, del Multi Medium Art Museum di Mosca, del MAXXI di Roma, del Centro di Documentazione Ricardo Rangel di Maputo, della Fondazione Bracco di Milano e in collezioni private. Ha pubblicato: The Road to Coal (Hopefulmonster, Torino 2004), Ritrovi (Maschietto, Firenze 2007), L’Altra
Infanzia (UNICRI, Torino 2009) e Time Lag (Damiani, Bologna, 2011). Sviluppa il suo lavoro secondo due piani distinti. Da una parte viaggia in territori sensibili con il chiaro intento di realizzare reportage, nella sua accezione più classica, usando le tradizionali tecniche analogiche. Dall’altra s’interroga sulla relazione tra fotografia e realtà, e anche sul
rapporto tra verità ed apparenza, costruendo dei medi formati digitali dove le immagini sono tagliate, sovrapposte, elaborate e rimontate: l’intento è quello di esprimere una nuova realtà, a volte plausibile, a volte surreale a volte onirica.


www.patriziabonanzinga.com


Time Lag 2011

Questo lavoro è stato concepito a poco a poco, nel corso del tempo, durante molti viaggi in giro per il mondo. Avevo già intuito l’importanza della percezione dello scorrere del Tempo nella definizione delle differenti culture, ma solo quando sono arrivata in Africa Sub-sahariana, in Mozambico, ho realmente capito cosa avevo percepito.

Per noi europei, non esiste un Jet Lag con il sud del mondo, non dobbiamo cambiare le lancette dell’orologio. Tuttavia esiste sicuramente un Time Lag: lo stesso tempo vissuto qua e là produce differenti percezioni.

Questo è un lavoro sul Tempo che ci indica l’urgente necessità di vivere l’esperienza della diversità includendola nel nostro modo di pensare.


Nelle mie stanze 2017

Una serie di missioni ONU in Mozambico, dove sono arrivata già nel 2006, è all’origine di Nelle Mie Stanze, un progetto fotografico che ho iniziato nel 2015. Questo progetto include immagini di vecchi edifici abbandonati risalenti alla colonizzazione dei portoghesi in Mozambico, come la fortezza di São Sebastião, in Ilhia de Moçambique, o il Palazzo del Governatore, a Cabaceira Grande.

Nell’ottobre 2016 ho viaggiato nella regione del Chettinad, situata nella parte meridionale più remota dello Stato del Tamil Nadu in India, dove palazzi spettacolari e templi bellissimi si ergono come miraggi, anche se assolutamente reali. Questi spazi rimandano un’atmosfera magica e spirituale. Molto spesso sono abbandonati, ma non sempre.

Tramite queste fotografie cerco di trasmettere quella strana sensazione di perdita totale o “non essere” che sento sempre quando sono in posti particolari e a me non familiari.

Ho percepito che intervenendo con trame, luci e geometrie architettoniche, potevo restituire a questi luoghi, in cui il tempo si è sedimentato, il fascino che meritano. Piuttosto che sostituire la realtà, le mie azioni diventano forme di percezione che aderiscono intensamente a ciò che vedo, al reale stesso. In queste fotografie l’istantaneità dell’atto fotografico cede alla mia esplorazione di geometrie e atmosfere. La mia azione è un atto meditativo. Il momento dello scatto è solo la necessità primaria: il fine è l’elaborazione dell’immagine. Il vuoto dei luoghi, quindi, è usato per esprimere il mio desiderio più nascosto di vivere quello spazio ora trasformato in spazio interno, intimo ed anche onirico.