Giusi Bonomo

Nata a Modica nel 1978, dopo gli studi giuridici, si dedica al lavoro fotografico e alla scrittura.
Tra le mostre: Si bruciano il polpaccio video e mostra al Fiorentini Art Studio, John Cabot University Roma, e Trame 5, Festival dei libri sulle mafie, a cura di Gaetano Savatteri; “1801 Passaggi” un paese italiano 2017,  MAVI Museo Antropologico Visivo Irpino; VIRIDI, Museo del Fiore di Sanremo, a cura di Laura Manione; Persona, SiFest Off 2018; PAROLES D’HISTOIRES, di Acte Public Compagnie, Festival di Cinema e Documentari, Lione; Der zoo, a cura di Laura Manione e Ottavia Castellina, Quarenghicinquanta Photogallery, Bergamo; I Demoni Meridiani, Grenze Arsenali Fotografici,Verona; Rinascite,SHUTDOWN, Archivio Storico Istituto Luce Cinecittà, 2020 ; “Donne Forti”,Valsusa Filmfest, 2021; I Care, al Phest, Festival Internazionale di Fotografia Monopoli, 2021; Itaca, per il progetto “20s Energie Nove”, Centro Gobetti di Torino, 2021; Mostra Mojo, Charta Festival 2021, Roma.


Contatti:

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Der Zoo, 2019 13 fotografie 15x15cm

Tutte le cose hanno l’aspetto silenzioso e reticente delle persone ben educate.
I fiori dicono apertamente: «Noi sappiamo, ma non parleremo »; ma che cosa loro sappiano non si sa!
(Viktor Šklovskij, Zoo o lettere non d’amore, Lettera sedicesima, 1923)

Šklovskij scrive che ci sono due atteggiamenti nei confronti dell’arte, uno di questi è considerarla come un mondo di cose che esistono autonomamente. Quando penso alla fotografia provo lo stesso sentimento di tenerezza e di resa totale per le cose che sono “date”, che non hanno bisogno di urlare per esistere. Chiamo mondo, esistenza qualsiasi cosa.

Queste immagini nascono come appunti di qualcosa che si sottrae alla materia, momenti di uno sguardo distante dalla logica della narrazione. Le visioni qui presentate sembrano voler dire: il mondo e la natura non sono in posa per me, sono io ad essere in posa per loro.

Sono immagini che possono definirsi “senza pretese”. Si nutrono di reticenza e di una primordialità dove osservatore e osservato si confondono e dove il senso arriva dopo. Come due rette che camminano parallelamente senza mai incontrarsi, la clandestinità che mi è affine nel percorrere la via della fotografia e la condizione di esilio, di emigrazione evocata da Šklovskij – costretto a parlare di cose d’amore senza nominarle – si incontrano e danno la misura dell’intera vicenda umana: un grande serraglio.